birra e sigari

La birra artigianale mostra spesso contraddizioni spiazzanti, che negano ciò che veniva affermato fino al giorno prima. Così mentre viviamo in un periodo in cui la scena internazionale è sempre più incuriosita dal produttore “esotico”, che magari opera in un altro continente, c’è un fenomeno di senso opposto che sta favorendo lo sviluppo di contesti molto localizzati. In particolare in Italia per la prima volta stiamo sperimentando a livello generale un’autentica attenzione verso la birra locale. Questo concetto, che sembra scontato più di quanto sia realmente, emerge dalla convergenza di alcune trasformazioni in atto nel nostro mondo. Sono trasformazioni diverse tra loro, ma che presentano un filo conduttore: la crescita di comunità locali, legate a un determinato produttore o a uno specifico pub. Un trend che personalmente ritengo imprescindibile per sviluppare in Italia una vera e solida cultura birraria.

Le tap room dei birrifici

La prima dimostrazione del fenomeno in atto proviene dalla recente diffusione di tap room e locali a marchio. È una tendenza che su Cronache di Birra stiamo sottolineando da alcuni anni, perché cartina di tornasole di un profondo cambiamento nelle strategie dei birrifici. In molti infatti hanno compreso l’importanza di gestire un canale di vendita immediato e direttamente associabile al proprio marchio, capace di garantire un consumo continuo e costante. Ma i vantaggi vanno ben oltre quelli puramente commerciali: possedere una tap room strutturata, se non addirittura un proprio pub, consente al birrificio di rafforzare la propria brand awareness e soprattutto di parlare direttamente ai propri consumatori. Quest’ultimo vantaggio è di importanza capitale, perché fornisce una serie di informazioni fondamentali sui gusti e le preferenze dei propri clienti e, in ultima istanza, permette di costruire una comunità stabile di bevitori sviluppando una fidelizzazione sul territorio.

Inutile sottolineare che in un mercato sempre più competitivo e in via di saturazione come quello italiano, stabilire una clientela locale è assolutamente fondamentale. Oggi è impossibile pensare di vendere la propria birra a 500 o più chilometri di distanza senza lavorare parallelamente per radicarsi sul territorio. Tante realtà più o meno moderne – possiamo prendere come esempio il movimento americano, tanto per cambiare – si sono sviluppate proprio intorno alla locale comunità di aficionados, avvantaggiandosi poi del passa parola fino a raggiungere obiettivi impensabili. Con le debite proporzioni è qualcosa che sta succedendo anche da noi in questo momento.

L’offerta dei pub

Se allarghiamo lo sguardo agli ultimi 10 o 15 anni di birra artigianale in Italia, ci accorgiamo che nell’offerta dei pub c’è stato un lento spostamento verso il “locale”. A livello generale la prima fase di questa tendenza si è concretizzata con la crescente predilezione nei confronti delle birre nazionali. Ancora un decennio fa le spine dei pub italiani, anche dei più “illuminati”, erano quasi esclusivamente dominate da produzioni straniere. I prodotti italiani erano pochi e presenti senza troppa regolarità – a parte qualche nome ampiamente consolidato – eppure qualcosa lentamente cominciò a cambiare. La spinta decisiva arrivò con l’apertura del Bir&fud a Roma, che in tempi non sospetti e con molto coraggio decise di puntare totalmente sulla birra artigianale italiana: giova ricordare che già all’epoca dell’apertura il locale trasteverino poteva vantare un numero considerevole di spine. Da quel momento il rapporto tra produzioni italiane e straniere nell’offerta di molti pub italiani cominciò a riequilibrarsi e successivamente persino a invertirsi: una condizione impensabile fino a qualche anno prima.

Il fenomeno fu causato da numerose variabili: sicuramente la crescita della qualità della birra italiana, ma anche i passi avanti compiuti in termini di distribuzione e comunicazione. In tempi più recenti gli stessi motivi hanno favorito l’attuazione della seconda fase di questa trasformazione, che ha portato molti locali italiani a proporre con sempre maggiore frequenza i prodotti di birrifici vicini o comunque provenienti dalla stessa regione di appartenenza. Oggi non sono pochi i pub che propongono alla spina birre prodotte nelle vicinanze o che comunque non hanno percorso troppi chilometri prima di giungere a destinazione. Lavorare regolarmente con i birrifici della propria regione non è più una chimera, ma una strategia adottata da un numero crescente di locali. I vantaggi in effetti non sono pochi: è possibile bypassare la distribuzione, creare un rapporto di fiducia con il birraio, ottenere birre più fresche e strappare prezzi più vantaggiosi. Chiaramente è importante che il territorio offra birra artigianale di ottima qualità, ma per fortuna oggi molte regioni garantiscono un livello qualitativo mediamente molto alto.

La distribuzione dei pub

La terza dimostrazione del fenomeno in corso è probabilmente limitata alla realtà che vivo quotidianamente e che mostra peculiarità uniche a livello nazionale: la città di Roma. Quello che è accaduto negli ultimi anni nella Capitale è stato un “decentramento” di posizione da parte dei nuovi pub dedicati alla birra artigianale, che sono riusciti a conquistare quartieri prettamente residenziali. In passato infatti per le aperture di nuovi locali si sceglievano principalmente le zone della movida, così da rivolgersi a un pubblico generalizzato e incuriosire anche chi era di passaggio. Sono tanti i locali storici romani che operano da sempre in questi quartieri: possiamo citare Ma che siete, Mastro Titta, Bir&fud, Open Baladin, Birra + e molti altri.

In tempi recenti invece hanno ottenuto successo i “pub di quartiere”, che  sono riusciti a imporsi in zone residenziali e a portare il verbo della birra artigianale anche fuori dai centri del movimento serale. Gli esempi sono diversi: Barley Wine, Pork’n’Roll, Mad for Beer, Gentle Boozers, Buskers Pub, ecc. Anche in questo caso i motivi della trasformazione sono diversi: la liberalizzazione delle licenze, l’aumento degli affitti nei punti nevralgici della città, l’acuirsi dei provvedimenti anti-alcol – sebbene questi ultimi ormai siano estesi all’intero territorio comunale. C’è però un’altra ragione fondamentale, più profonda ma anche più interessante. Una volta per vendere birra artigianale avevi bisogno di cercare adepti nella massa, di “pescare” da un flusso costante di persone. Oggi puoi intavolare gli stessi discorsi conscio che il concetto è già stato metabolizzato, sebbene a livello ancora primordiale, da un maggior numero di persone. E a differenza dei locali situati nelle zone della movida, il pub di quartiere è in grado di sviluppare una comunità di regulars più fedele e consolidata, che elegge quel luogo come punto di riferimento per spendere qualche ora del proprio tempo libero. Riuscendo in definitiva ad alimentare quel processo di identificazione che poi è alla base della diffusione della cultura birraria.

fonte cronachedibirra.it